piccoli DISTURBI bipolari

Se ho bisogno di qualcosa, quel qualcosa è chiuso in un cassetto
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    VI

    Liberami dal male e da me
    Dalla luce della mia ombra
    Dai giorni che si aggrovigliano
    Da visi...

    Post via piccolidisturbibipolari
  • VI

    Liberami dal male e da me
    Dalla luce della mia ombra
    Dai giorni che si aggrovigliano
    Da visi privi di umanità
    Nulla è come sembra
    Nulla è chiaro agli occhi
    Nulla inizia e finisce
    Nel volgere di una vita

    21 ore fa reblog like 1 nota
  • Eclissi

    Credo che non esistano strade aperte,
    Luoghi persi nel tempo in cui fare ritorno
    Braci di legna umida buone a scaldare mani immobili

    Credo che in mezzo alle parole il silenzio trovi la sua forma
    Che i colori si confondano nelle sfumature di occhi troppo stanchi
    Per distinguere cose vere e persone irreali

    Credo nelle menzogne e negli errori, nelle piccole anse in cui finiamo per intrappolare le nostre derive

    Nelle lacrime, nei giorni passati a dichiararsi sconfitti per battaglie mai combattute

    Credo nei miei piedi scalzi, nell’asfalto ruvido ed incandescente di una estate dispersa, nell’eclissi di una vita

    4 settimane fa reblog like 0 note
  • V

    Quando il tempo smetterà di scorrere
    Così lentamente
    Così velocemente
    Mi ritroverai sul ciglio della strada
    A mendicare uno sguardo smarrito
    A pregare per un tiepido sorriso
    Ad osservare il frenetico sovrapporsi di ricordi
    Che, stremati, ci ostiniamo a considerare vita.

    vita ricordi v
    1 mese fa reblog like 0 note
  • IV

    Dietro gli angoli disegnati da camelie appassite
    I colori si appropriano dell’orizzonte
    Se non distinguo passato e futuro
    Chiudi il cerchio che mi ha condotto a te
    E liberami dal ricordo smarrito
    Di quando le notti calde di agosto
    Si mescolavano al fumo della tua sigaretta
    Alle tue mani scure
    Alle tue labbra che sospiravano alle stelle
    Il bisogno di correre via
    Senza doversene andare

    2 mesi fa reblog like 0 note
  • albo:

Ultimora 629 – FANTAstiche smentite (via Esse – Solo Satira su Shockdom! » Blog Archive » Ultimora 629 – FANTAstiche smentite)

    albo:

    Ultimora 629 – FANTAstiche smentite (via Esse – Solo Satira su Shockdom! » Blog Archive » Ultimora 629 – FANTAstiche smentite)

    Fonte shockdom.com
    2 mesi fa reblog like 24 note
  • III

    Strette tra i rovi di una vita assennata
    Ferite dai rumori e dai silenzi
    Le parole che avrei voluto usare
    Si lasciano cadere addormentate
    Nelle mani dei mercanti di miserie
    Se avessi avuto la forza di spingerle
    Più in la della mia bocca
    Come un bacio
    Come una carezza
    Avrebbero cercato il tuo viso
    Senza trovarlo

    2 mesi fa reblog like 0 note
  • Abituarsi

    Ho preso la borsa con le poche cose che volevo davvero portare con me e prima di uscire ho lasciato le chiavi di casa sul comodino. Ho spento la luce della abat-jour che avevo comprato nel piccolo negozio che si affaccia sulla gradinata del bar dove abitualmente andavo a prendere il caffè d’estate. I miei genitori avevano comprato una casa un paio di decenni fa ma la sfruttavano solo d’estate, mentre io che non amo le spiagge ricolme di ombrelloni, c’andavo d’inverno a chiarirmi le idee e a perdermi tra i murales che ricoprono le pareti del centro della città. È stata l’ultima volta che, un paio di anni fa, son andato al mare. E ancora adesso che sto partendo non posso certo dire che le cose siano mai state peggio di quanto lo siano ora. Lavoravo, grazie ad una laurea di cartapesta e e una buona dose di testardaggine, in università, come aspirante ricercatore e Non era certo meno piacevole che pulire cessi e rassettare camere da letto. Avevo una ragazza e una casa, degli amici e un cane. E una macchina, piccola ma molto carina, piena di cd e di vecchie riviste musicali, quasi una seconda abitazione. E si, non mi bastava e forse non mi è mai bastato ma me lo sono tenuto stretto finchè ho potuto e finchè ha retto la rappresentazione di quella che mi sembrava felicità. Il lavoro restava li, lei non c’era piu, gli amici continuavano a guardarmi e a chiedere senza che potessi rispondere quello di cui avevo bisogno. E da li i giorni sono diventati settimane e le settimane mesi, mesi in cui sono rimasto immobile e immutabile nell’attesa di qualcosa. E mi sembrava di essere come di fronte all’esperimento di Schroendinger, di cui parlava sempre il mio professore di fisica quando intendeva darci una lezione su quanto strane siano le cose del mondo. In questo esperimento mentale un gatto viene messo in una scatola assieme ad un isotopo radioattivo e ad una macchinetta costituita da una piccolissima quantità di sostanza radioattiva i cui atomi nel corso di un’ora potrebbero decadere e disintegrarsi, ma anche no. La disintegrazione di questi atomi è collegata attraverso un meccanismo ad una fialetta di cianuro, per cui se avviene il decadimento la fialetta si rompe e il gatto muore, altrimenti il gatto rimane in vita. Ora il bello è che al momento dell’apertura della scatola il gatto non è morto o vivo, ma entrambe, esiste contemporaneamente in tutte e due le condizioni. Ecco io mi trovavo nel punto in cui dovevo aprire la scatola e non sapevo se avrei trovato il gatto vivo o morto. E non volevo saperlo, preferivo non saperlo, conservando strenuamente la scatola chiusa. Perché il gatto nella scatola era la mia vita, e pensare che fosse morta era molto più pesante che accertarsi che fosse viva, per cui meglio non sapere, meglio andare avanti ad occhi chiusi. Poi la scatola si rompe, perché prima o poi si rompe e all’evidenza non puoi più scappare. Anche se questo il professore non lo ha mai detto.

    Ho salutato mia madre ieri sera, mi ha pianto addosso e poteva evitare di dire certe cose poco carine sul conto della mia ex ragazza. È convinta che sia lei il motivo per cui me ne vado enon vuole arrendersi all’evidenza di non essere riuscita a far di me un uomo felice. Che poi lei che colpa ne ha? Ho cercato di spiegarglielo mille volte, che lei ha fatto del suo meglio per me e del suo peggio per se stessa, tranne quando faceva del suo peggio per entrambi pensando di fare il bene comune. Ma la capisco, perchè rimane qui, da sola, quando tutti quelli a cui era legata se ne sono andati da lei, chi per sempre, come mio padre, chi solo fisicamente come sua sorella. E come me, certo. In facoltà sono rimasti spiazzati, pensavano di potermi sfruttare ben benino per qualche altra decade, lasciando che mi passassero davanti pecore e buoi detsiinati ad un radioso futuro di pubblicazioni mediocri e lezioni accademiche copiate della rubrica delle curiosità della Settimana Enigmistica. Ma nessuno si è strappato i capelli, vedendomi andar via da lì, tranne i miei due compagni di stanza, i quali, liberatisi del terzo incomodo, avranno serie difficoltà nel dividere le porzioni da 9 pezzi di tarallini all’anice dispensate dal distributore. I miei amici hanno serenamente compreso, quando ho spiegato loro le mie ragioni, forse perchè non sono più qui da un pezzo. Qualcuno si è trasferito da poco nel profondo nord, per insegnare cose nelle quali ha smesso di credere da un pezzo, qualcun altro fuggito in cerca di una terra promessa che non c’è nella non più così rossa e accogliente, ma sempre e per sempre paranoica, Emilia.

    Mi sono rimasti solo loro, che continuano a credere che io abbia atteso fin troppo. Ma ho aspettato finché ho potuto, perchè andar via non è uno strombazzante ed entusiasmante inizio ma l’implosione dei sogni e delle certezze su cui avevo costruito la mia esistenza. E l’amarezza più grande è stata quella di rendermi conto che a questa sconfitta, alla fine di questa mia vita non avrei avuto altra scelta che dovermici abituare.

    2 mesi fa reblog like 0 note
  • Preparativi per la fine

    Le strade sempre uguali, gli alberi sempre uguali, i colori sempre uguali. Le persone sempre uguali.
    Sembra ieri, e non lo è, che sono andato via e non è cambiato niente.
    Metri cubi di cemento che si abbracciano gli uni con gli altri a soffocare gli sguardi verso i monti, motori e smog che annullano i sensi, un’aria di insopportabile spessore che si stratifica nei polmoni rallentando il respiro. E di nuovo in affanno.

    Le ragazze sono sempre identiche tra loro. Stesse scarpe, stessi capelli, stessi modi cafoni da personaggio. O ragazzi con apparenze finto alternative da cantante di un qualche gruppo pseudoindie, che capitato su un palco per caso.

    Mi sembra di sentirle le canzoni nei loro lettori. Qualche marcetta dei Green Day o di qualche gruppo di quelli, l’eco di una cosa chiamata punk, una dance vuota e sincopata. Preferisco il silenzio delle mie cuffie, dato che da almeno due ore le batterie si sono esaurite. Ma tenedole su continuo a dare l’idea di qualcuno che si sta facendo i cazzi suoi, mentre vorrei semplicemente che nessuno dei passeggeri del treno regionale che mi stariportando qui si faccia i miei.
    Aspetto alla stazione dei treni gia da qualche minuto. Nessun comitato di accoglienza, nessuna delegazione del parentato pronta a festeggiare il mio ritorno. A mia madre ho detto di asPettarmi li, che avrei preso il primo bus possibile, considerato che la fermata è di fronte al portone di ferro e vetro che separa il mondo dalle quattro mura di casa.

    La stazione è un informe agglomerato di materiali, brutta e sporca come una discarica a cielo aperto lungo una statale trafficata. Vuota, desolata. Abbandonata. Mentre compro il biglietto del bus al negozio di tabacchi, unico segnale di vita in questo posto, penso che devo essere veramente rassegnato per ritrovarmi qui, ora, nello stesso posto a distanza di stagioni andate a male e posti che non si sono riempiti, di camere troppo buie e o troppo luminose. Tra la stazione e casa ci sono circa due chilometri, che potrei percorrere a piedi senza eccessiva fatica, data la bella giornata e il misero bagaglio.

    Ho lasciato quasi tutto nel monolocale, d’altronde non ho mai avuto valigie abbastanza grandi da metterci tutto dentro e non avrei avuto nemmeno voglia di acquistarle. Uno zaino ed un borsone. Nello zaino dell’acqua e delle caramelle gommose, un libro di Neil Gaiman, i cd degli Smashing Pumpkins acquistati con pochi pound su una bancarella vicino il Lock17, una felpa per ripararmi dal freddo della partenza che qui è totalmente inutile visti i quasi trenta gradi di questo principio d’autunno. Nel borsone un paio di jeans, qualche tshirt e della biancheria, nient’altro. Essenziale, come la lettera di dimissioni e la richiesta di un saluto generale ai colleghi di fatta al responsabile del negozio, a dire il vero nemmeno troppo dispiaciuto dell’improvvisa comunicazione.
    Ho pensato, mentre preparavo il bagaglio che forse avrei potuto portare anche altro, qualcosa che mi ricordasse le serate sui battelli o i bicchieri rotti, le birre e gli hamburger a fine serata, le poche parole e le tante persone, i sorrisi e le mani tese.
    Sono andato via senza salutare nessuno per lo stesso motivo, perché riavvolgo un nastro ripartendo dall’inizio, come se non avessi visto ne vissuto, come se fossi stato un altro che non sono io. Che non è stato li ne altrove, che è semplicemente scomparso e riapparso nello stesso punto del mondo. Chi mi vuol bene me ne vorrà ancora, chi mi odia continuerà a farlo senza ave mai smesso. Quelli a cui sono indifferente, i piu a dire il vero, non si saranno nemmeno chiesti che fine abbia fatto.
    Salgo sul bus e oblitero il biglietto, mi segue un signore anziano, dai capelli bianchi coperti da una coppola che, come il suo cestito marrone, è decisamene inadatta alla temperatura. era sul mio stesso treno, con la sua scatola di cartone chiusa da uno spago grezzo e sfilacciato e le mani tozze e brune. Rimaniamo in Due fino alla fermata di casa mia, poi l’autobus rallenta, i freni fischiano forte e poi si acquietano.

    Le porte si aprono sbuffando mentre con la mano destra alzo il borsone da terra e muovo i passi verso lo scalino. Scendo, continuando a guardare l’asfalto e le carte di qualche volantino pubblicitario rotolare per terra. È mezzogiorno, il traffico dovrebbe urlare e la gente istericamente muoversi attorno a me, i bambini uscire da scuola, le signore con le buste della spesa occupare i marciapiedi mentre goffamente cercano di raggiungere casa per preparare un pranzo per cui sono già in ritardo. Ma è come non ci fosse nulla. Mi guarda e mi sorride a stento, non per farmi male ma perché le fa troppo male rivedermi. Mi accarezza il viso con la mano, mi da un buffetto di rimprovero lieve come una carezza.
    “che senso ha avuto ora che sei tornato”
    È che me l’aspettavo che me lo chiedesse, magari non qui, nell’atrio di casa, voltandomi le spalle.
    Ma me l’aspettavo perché me lo sono chiesto ogni giorno buio e ogni notte insonne dandomi ogni volta una risposta diversa. Era per le nuove esperienze o per la fuga dal dolore, per l’insoddisfazione e per un amore disperso, per me e per gli altri.
    “è stato per prepararsi alla fine, mamma.”
    “e com’è la fine?”
    “come l’inizio, non troppo diversa. non abbastanza da volerci restare”
    Saliamo le scale fino all’ascensore, rimasto li da quando è scesa lei. Arriviamo al piano in silenzio.
    Si aprono le porte e arriviamo sul pianerottolo.
    Prima che la chiave giri nella serratura alzo lo sguardo e vedo i suoi capelli, freschi e pettinati, tinti di un colore luminoso ma discreto. un filo di perle alla base del collo, un vestito probabilmente nuovo e ben stirato. La porta si apre e un odore di cucina, intenso ma delicato si diffonde nell’aria, come nei giorni in cui tutto sembrava possibile, in cui ogni pensiero veniva affogato nel rosso intenso del sugo di pomodoro.
    Come nei giorni di festa.

    fine preparativi
    2 mesi fa reblog like 0 note
  • 4.57 AM

    Ho visto la nebbia
    tra le morbide curve dei colli
    Nascondere il risveglio
    Passi silenziosi dietro i vetri
    Accenti di notti tradite e mai perdonate
    Nelle auto che segnano l’asfalto
    Intriso di pioggia
    Si annullano i resti di una vita in minore

    minore auto alba mattina am
    3 mesi fa reblog like 1 nota
  • alla fine

    è così che i sentieri si incontrano, alla fine di un percorso?
    In una scogliera su un mare placido e indifferente,
    senza il soffio della brezza che accarezza la pelle avvizzita
    è cosi che le pagine si chiudono tra le nostre mani
    che la musica si spegne e i colori mutano verso il nero
    mentre immagini cercate a lungo sbiadiscono nei ricordi
    è così che diverge il passato dal presente
    che le dighe si aprono all’acqua
    che i gesti ripetuti quotidianamente diventano inconsueti
    è così che nelle notti di attesa
    ci si arrende alla consapevolezza di se
    e all’abitudine di non considerarla fine  

    fine
    3 mesi fa reblog like 0 note
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